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In conflitto senza stress: quando vale al pena discutere?

pubblicato il 22 Aprile 2022

Se c’è una dinamica che puoi sperimentare ogni giorno, dalle cose più piccole ai ragionamenti per massimi sistemi, è quella del conflitto.


Quando si sente nominare la parola “conflitto” la nostra mente può evocare immagini di accesi litigi, urla, muri alzati per non affrontare argomenti. Tuttavia queste sono le modalità di affrontarlo o le conseguenze, e l’associazione è così immediata perché, nella nostra società, entrare in conflitto con qualcosa o qualcuno è di per sé negativo.
Un dato di fatto è che le conseguenze del conflitto possono ripercuotersi su qualsiasi persona arrivando a generare un vissuto molto stressante. Ne vale sempre la pena?
Questo articolo è stato ispirato dal libro “Litigando si impara” di Bruno Mastroianni, se non l’hai letto te lo consiglio perché è davvero illuminante.

Step-back: cos’è il conflitto?
La parola deriva dal latino e significa urto, scontro; non a caso può indicare anche un combattimento o una guerra.
Se accendi la televisione, leggi i commenti di qualche post sui social o semplicemente provi ad affrontare qualche tema “caldo” scoprirai che il conflitto sembra avere una sola e inevitabile direzione: il litigio.
In realtà il conflitto lo vivi tutti i giorni: cosa mangi per colazione, quale libro inizi a leggere, per non parlare del famosissimo “Avrei potuto fare così, e adesso?”. Quando ci sono due o più opzioni ti si può generare un conflitto interno o un conflitto emotivo, soprattutto quando la scelta ricade su altre persone. Questo tipo di conflitto costruisce la tua giornata, ti fa evolvere e progredire, insomma, dà un po’ di sapore alla quotidianità.
Ma il conflitto per antonomasia è quello che include l’altrə: altre persone, altre idee, altri valori, in poche parole altri punti di vista. In questo caso gli scenari possono essere i più diversi.

Conflitto e litigio sono sinonimi?
Come ho accennato all’inizio, in questi ultimi mesi con tematiche a sfondo politico e socio-sanitario (covid, vaccini, utilizzo delle mascherine) possiamo assistere a diatribe infinite in qualsiasi talk-show e su moltissimi post di Facebook, Twitter e Instagram.
Ormai assistere a scenate e sfuriate di ogni tipo è diventata un’abitudine, esattamente come alzare la voce: l’importante sembra sopraffare l’altra persona senza darle modo di controbattere. E così un dialogo pacato (?) si trasforma in pochi secondi in una gara a chi urla di più.

Il litigio non è conflitto, al contrario, è una strategia, una difesa che ogni persona può adottare quando si sente messa in discussione.
Cosa succede nello specifico? Che l’attenzione del pubblico è tutta spostata sugli interlocutori e l’argomento perde sempre più la sua rilevanza. In pratica se non vuoi parlare di una cosa, magari perché personalmente ti è scomoda, punti tutto sulla tua persona contaminando con la tua individualità ciò di cui si parla.
Dissentire mantenendo la propria posizione, quindi ascoltare apertamente i punti di vista altrui senza inveire contro chi parla, sembra una vera e propria chimera.

Non sai mai quando commentare un post su perché non vuoi sollevare polveroni inutili? Hai nascosto le tue stories a persone che conosci perché ti scriverebbero messaggi taglienti? Non sai bene quali argomenti evitare a tavola per fare in modo che non ti rimanga tutto sullo stomaco? Allora i prossimi punti fanno per te!

Che argomentazioni sta portando il tuo interlocutore?
Argomentare è un atto relazionale, è dire chi sono e come mi pongo nei confronti degli altri e della realtà” scrive Bruno Mastroianni.
Quando dialoghi con qualcuno porti i tuoi valori, le tue idee ed emozioni rispetto ad un argomento ed è proprio questo l’elemento che arricchisce l’interazione. Ma come capire lo stile argomentativo della persona che ti sta parlando?
Piccola premessa: siccome non siamo cyborg è molto complesso riconoscere distintamente le tipologie di argomentazioni nella pratica, spesso sono mescolate. Tuttavia dopo qualche scambio comunicativo capisci di che pasta è fatta la persona con cui stai parlando e cosa puoi aspettarti.

Mastroianni divide le argomentazioni in tre tipologie:

  • La prima è quella più cognitiva e razionale, che punta alla testa.
    Sono argomentazioni basate su evidenze e dati oggettivi, non necessariamente supportati.
    Es. “Il caffè di quel bar è troppo forte, è una qualità tostata e non ti fa dormire la notte.”
  • Poi ci sono le questioni soggettive, quelle di pancia e che hanno a che fare con le emozioni, proprio perché tirano in ballo l’individualità.
    Es:“Quel bar non è in linea con la mia idea di caffè”
  • Infine le non- argomentazioni che non hanno alcuna qualità, servono per aggredire e screditare l’altro usando parolacce, bestemmie e/o offese.
    Es. “Il caffè di quel bar fa veramente schifo, sembra di bere piscio”.

Che scopo ha la sua argomentazione?
Anche se dal “come parla” una persona puoi trarre qualche conclusione, è solo unendolo al “perché parla così” che puoi scegliere se vale la pena oppure no utilizzare le tue energie in modo funzionale evitandoti un’importante dose di stress.

Sempre Mastroianni classifica tre tipologie di scopi:

  • Il primo è contribuire, aggiungere qualcosa alla discussione. La modalità è il confronto, ipotizzare qualcosa con l’idea di far emergere contraddizioni per arrivare a una conclusione.
    Es. “Il caffè che fanno in quel bar è molto tostato? Il sapore è molto forte”.
  • Il secondo è prendere una posizione, in particolare difendere sé stessi. È difficile pensare a un discorso in cui non si porti l’acqua al proprio mulino o non si prendano le parti della ragione, diresti mai “io sto dalla parte del torto”?
    Diciamo che se lo scopo è soltanto quello il rischio è di spostare l’argomento in secondo piano mettendo in risalto la propria idea rispetto ad esso.
  • Per ultimo l’aspetto che tanto ci fa infuriare: interferire e disturbare. L’obiettivo è portare la discussione e il confronto al fallimento, annullare qualsiasi possibilità di creare un dialogo costruttivo.
    Es. “Il barista è un imbecille, il loro caffè fa schifo e spero chiudano presto!”

Quindi quando ne vale la pena? Mastroianni ci dice che come prima cosa è necessario individuare il tipo di argomentazione e successivamente lo scopo. Se riconosci un’argomentazione oggettiva o uno scopo di contribuire allora puoi affrontare in discorso, negli altri casi lascia stare.
A questo mi sento di aggiungere la questione dell’investimento di energie: se affrontare una conversazione su determinato tema con una persona per te è importante allora provaci! Se però non ci sono le premesse per costruire un dialogo significativo devi considerare l’impatto che questa perdita di energie avrebbe su di te, oltre all’insieme di emozioni disfunzionali che ti porterebbero a vivere una situazione stressante.

Non c’è una bacchetta magica o una soluzione che va bene in qualunque situazione, ciò che davvero fa la differenza sei tu, il tuo obiettivo e il margine di manovra che hai in quel contesto.
La comunicazione è un aspetto fondamentale e la consapevolezza delle tue parole contribuisce a renderti consapevole della realtà che stai creando giorno dopo giorno, discorso dopo discorso, in ogni sfumatura della tua giornata.